IL CASSETTO VUOTO – (Ad Anna, dovunque si trovi)

23 Maggio 2010 3 commenti

uid_119c7fbada4_580_0Il  cassetto vuoto

 

Quella notte Anna aveva dormito poco. Appena in piedi scostò l’anta della finestrella. L’alba gettava una pallida luce sull’orto e sulla piccola stalla. C’era la vacca da mungere, e le galline che aspettavano il becchime.

“Oggi dovrete fare a meno di me.” – Si pettinò con cura davanti allo specchio del comò. Tirò fuori la valigia da sotto il letto. Dentro c’era tutto il contenuto del suo guardaroba. Si levò la camicia da notte, l’appallottolò e ve la mise dentro. Dopo avere indossato frettolosamente un paio di jeans ed un maglione, scese al piano di sotto. In cucina, sua nonna aveva apparecchiato il tavolo per la colazione.

“Sei già in piedi?” – Le chiese senza sollevare lo sguardo.

“Sì.” – Rispose Anna, versando il latte fumante nella scodella. Tagliò una grossa fetta di pane e vi spalmò sopra la marmellata. Accanto al camino, la nonna maneggiava i tronchetti di legna.

“Allora hai deciso?” – Chiese alla nipote, agitando un pezzo di cartone per ravvivare il fuoco.

“Certo che ho deciso.”

L’anziana donna scosse il capo.

“Tu non sai quello che fai, non ti rendi conto.” – Anna non rispose. Quando ebbe finito di mangiare si alzò da tavola.

“Lascia stare, ci penso io.” – Disse sua nonna. Senza darle ascolto, Anna sciacquò le stoviglie nel lavatoio, le asciugò e le ripose nella credenza.

“Oggi è il tuo compleanno.” – Esordì la nonna , abbozzando un sorriso.

“Lo so, auguri a me.” – Disse Anna ripulendo il tavolo.

“Non vuoi aspettare? Stasera ti preparo la torta.”

 “Stasera sarò in viaggio, risparmiatevela, la torta.”

“Santa pazienza, quanta fretta.”

“Oggi ho compiuto diciotto anni, non potete impedirmi di partire.”

“E parti, se vuoi, però qui non ci torni.”

“Non ci tornerò, ma voi mi dovete dare i miei soldi, mi servono.”

“Te li do i tuoi soldi.” Mugugnò l’anziana donna, uscendo dalla cucina. Anna tornò nella sua stanza per rifare il letto e prendere il bagaglio. Diede una fugace occhiata intorno a sé. Raccolse le pantofole dal pavimento, e dopo averle avvolte nei fogli di una rivista, le sistemò in valigia. Dalla tendina della finestra filtrava un tenue raggio di luce.

“Sembra una bella giornata, meglio così.” Aprì il cassetto del comodino. C’era il suo spazzolino da denti, una vecchia scatolina di metallo e un quaderno con le pagine ingiallite che la nonna le aveva comprato quando era ancora una bambina. Mise tutto dentro la borsa di stoffa colorata che avrebbe usato per il viaggio. Il cassetto vuoto le fece una strana impressione.

“Sei di sopra?” – Strillò la nonna dal basso.

“Sto scendendo.” – Rispose Anna. Mise la borsa a tracolla e scese la stretta rampa di gradini portando con sé la valigia. La nonna le porse un mazzetto di banconote stretto da un elastico.

“Eccoti i soldi. Dovrai stare molto attenta, con i ladri che ci sono in giro.”

“Non preoccupatevi per questo.” – Disse la ragazza.

“Allora stai partendo?” – L’anziana signora guardò la vecchia valigia di pelle che la nipote aveva appoggiato alla parete.

“Sì.”

“Bene. Buona fortuna.” – La voce della donna ebbe un tremito. Anna allungò le braccia e la strinse forte. Quando sentì i suoi singhiozzi convulsi, una fitta liquida le salì agli occhi. Abbandonò la stretta e si volse, per non mostrare il viso umido.

“Sei ancora una bambina.” – Disse la nonna tra le lacrime, vedendola sollevare con sforzo la grossa valigia.

“Tornerò a trovarvi.” – Disse la ragazza, dopo essersi raschiata la gola.

“Puoi tornare quando vuoi, io non dicevo sul serio, prima.”

“Lo so. Abbiate cura di voi.”

Anna sapeva che il viaggio sarebbe stato molto lungo. Aveva trascorso gran parte del tempo a rileggere il suo quaderno. Nelle prime pagine c’erano delle brevi poesie dedicate ad un ragazzo del paese. In calce ad ogni poesia c’era il disegno di un cuore trafitto da una freccia. Quelle pagine le aveva riempite nel momento trionfale della sua adolescenza, quando i ragazzini del paese si prostravano ai piedi della sua bellezza, ed erano gli stessi che solo pochi anni prima, tra i banchi di scuola o nei giochi di piazza, l’avevano schernita per i suoi capelli biondi o per la sua statura troppo alta. Da un certo punto in poi del quaderno sparivano i disegni. Gli scritti erano in forma di prosa:

“Detesto il Natale, gli addobbi nell’albero del cortile, le luci e tutto il resto. Detesto quando mio padre torna a casa per trascorrerlo con noi. Lo odio con tutte le mie forze. A lui non importa niente del dolore che sto provando.”

Quelle parole le facevano riaffiorare un dolore antico. Eppure continuava a leggere, come se dalle righe avesse potuto trarre l’energia che le occorreva per mettere in atto il suo proposito.

“Oggi ho compiuto diciassette anni, finalmente. Nonna mi ha regalato dei soldi, ed io li ho messi da parte. Manca solo un anno. Da oggi in poi conterò i giorni che mi separano dalla partenza.”

Ogni volta che il treno si fermava in una stazione affollata, si sporgeva dal finestrino e guardava il brulicare della gente sotto le pensiline. Per molte ore aveva occupato da sola lo scompartimento.

Il continuo sferragliare del treno  le conciliava il sonno. Chiuse gli occhi. Una voce improvvisa la fece sussultare. Davanti a lei si era seduto un uomo abbastanza giovane, con i capelli brizzolati e l’abito scuro sotto il cappotto.

“Spero di non averla spaventata.” – L’uomo sorrideva. – “Non mi ero accorto che dormisse.”

Anna scosse la testa, senza dire niente.

“Le chiedevo se le dà noia il fumo.” – Le fece notare la sigaretta ancora spenta che aveva fra le dita.

 “No, faccia pure.”

“Posso chiederle dove è diretta?”

“In Germania. A Dortmund.”

Il passeggero emise un sibilo, con le labbra.

“Certo che è un bel viaggio, ci va per vacanza?”

“No.” – Rispose lei. – “Mio padre vive lì, lavora in una fabbrica.”

Lui aprì il portacenere del sedile.

“Ho già sentito parlare di Dortmund. Deve essere una bella città. So che ci lavorano molti italiani.”

“E’ vero.” – Disse Anna senza entusiasmo.

“E’ molto che non vede suo padre?”

“Quasi un anno”

“Certo che è tanto tempo.”

Anna scostò la tendina. Al di là del vetro la campagna si allungava noiosamente.

“Io mi fermo molto prima.” – Disse il passeggero. Anna non gli chiese niente. Appoggiò la schiena sul sedile e chiuse gli occhi. Quando si svegliò era sola. Sentendo i morsi della fame, estrasse dalla borsa un pezzo di pane avvolto in una bustina di cellophane e ne mangiò un pezzo. Il treno stava rallentando. Fuori dal finestrino scorrevano lente le immagini di una periferia cittadina. In poco tempo lo scompartimento si riempì di gente. Anna approfittò della compagnia per combattere la noia. Ascoltava le conversazioni, anche quelle che non trovava interessanti. Alcuni ragazzi commentavano concitatamente l’ultima partita di calcio della loro squadra. Il treno percorse interminabili tratti di campagna e lunghe gallerie dalle pareti nere. Alla stazione ci fu una lunga sosta. I passeggeri sgombrarono lo scompartimento. Lei chiese al controllore quanto mancasse per arrivare a Dortmund.

“Nove o dieci ore, dipende dal ritardo.” – Aveva risposto l’uomo, bucando il suo biglietto. Dopo che si fu allontanato, Anna aprì la scatolina di metallo che aveva in borsa.

C’erano una foto in bianco e nero di una giovane donna con i capelli chiarissimi, e un paio di orecchini in argento con le perle. Sfiorò la foto con le labbra. Annusò gli orecchini. Poi rimise tutto nella borsa e si assopì.

 “Signorina, siamo a Milano. Ci fermiamo per venti minuti.”

Disse il controllore, affacciandosi nello scompartimento. Anna lo guardò con aria confusa. Il treno stava rallentando.

“Il bar della stazione è ben fornito, può mangiare qualcosa, magari prende un po’ d’aria.”

L’orologio della stazione segnava le nove e un quarto. Il bar era gremito di gente. Un buon odore di caffè dolce si diffondeva al suo interno. Anna consumò rapidamente un bicchiere di latte ed un panino. Quando fu di nuovo sul treno, lo scompartimento era affollato. Dovette rinunciare al suo proposito di sdraiarsi sui sedili. Durante la notte le luci vennero smorzate. Quasi tutti i passeggeri sonnecchiavano. Un ragazzo camminava su e giù per il corridoio, fumando una sigaretta. Ogni tanto gettava lo sguardo all’interno degli scompartimenti. Ad Anna tornarono in mente le raccomandazioni della nonna. Per tutta la notte restò sveglia, tenendo stretta la borsa sulle gambe.

Dortmund. Una parola straniera diventata, negli anni, familiare. Per Anna rappresentava un mondo lontano di cui sentiva forte il legame, nonostante il distacco avvenuto sin dall’infanzia. Era il luogo che nascondeva stretta una parte della sua realtà, strade sconosciute dove nessuno si sarebbe stupito per il biondo chiarissimo dei suoi capelli. Tuttavia quando vide la scritta sui cartelli della stazione, tra persone che urlavano parole incomprensibili, avvertì il dolore della distanza. L’indirizzo di suo padre lo conosceva a memoria. Per tanti anni, una volta al mese la nonna glielo aveva fatto scrivere sulle buste della corrispondenza. Dopo che ebbe suonato il campanello attese finché la porta si aprì.

“Non mi fai entrare?”

L’uomo la guardava impietrito. Si scostò dalla porta. Anna lo seguì in cucina. Si sedettero. Lui si accese una sigaretta e porse il pacchetto alla figlia.

“Non fumo.” – Disse lei.

“Perché sei venuta?”

“E’ tutto quello che sai dire?”

Lui scosse la testa.

“Non è per questo che ti ho mandato i soldi.”

“Non mi importa dei soldi.”

“Devi tornare in paese. Oggi stesso ti accompagno alla stazione.”

Lei ebbe un moto di stizza.

“Me ne vado, se la mia presenza ti dà fastidio. Ma me ne vado per i fatti miei.”

L’uomo guardò la figlia come se la vedesse per la prima volta.

“Sei uguale a tua madre, anche nel carattere.”

Anna sentì l’emozione stringerle il cuore. Trattenne il fiato, per qualche istante.

“Dammi l’indirizzo, la voglio vedere.” – Disse.

Il padre si sollevò di scatto dalla sedia.

“Che stai dicendo, sei impazzita?” – Sbraitò.

“Smettila. Nonna mi ha detto tutto. Sono anni che so la verità.”

Ci fu un lungo istante di silenzio.

“Non lo so, l’indirizzo.”

“Sì che lo sai. E’ mia madre. Ho diritto di vederla.” – La voce della ragazza tradì l’emozione. Il padre si sedette nuovamente.

“E’ meglio se continui a credere che è morta.”

“Basta con questa storia, ho sofferto anche troppo, per colpa tua. Dammi l’indirizzo e me ne vado.”

“Siediti.” – L’uomo spostò bruscamente una sedia dal tavolo.

“Non è stata colpa mia, io non vi ho mai abbandonato, nessuno…”

“Hai rovinato la famiglia, invece.”

“Non ho rovinato niente. Ho dovuto…”

“Cosa hai dovuto? Hai voluto dividerci. Checco e Rita non li vedo da anni…”

“Checco e Rita stanno bene, come stai bene tu. Ti ho lasciata al sicuro, con tua nonna.”

“Che ne sai di come sono stata? Ma a te non importa. Non te n’è mai fregato niente di noi.”

“Questo lo dici tu. Ho lavorato duro per voi.”

“Hai lavorato per te stesso, a noi ci hai sbattuto a destra e a sinistra.”

“E cosa potevo fare? Ho dovuto accettarlo l’aiuto che mi hanno dato.”

“Certo. Te ne sei partito a fare la vita tua, e chi s’è visto s’è visto.”

“Ma cosa stai dicendo? Io dovevo lavorare, e chi vi dava da mangiare, sennò?”

“Hai cacciato via nostra madre.” – La voce di Anna tremava.

Il padre le cacciò lo sguardo duro negli occhi umidi.

“Io voglio vederla. Ho aspettato tutto questo tempo.” – Le parole sprofondarono nel pianto.

“Tu non puoi sapere, eri troppo piccola.” – L’uomo prese un tovagliolo di carta dal tavolo e lo porse alla figlia.

“Eravate tutti troppo piccoli per lasciarvi soli, ma che colpa potevate avere? Certo neanche lei aveva colpa, è una malattia, il vizio, ma una malattia pericolosa, per chi ti sta intorno.”

“Che stai dicendo adesso, Cosa inventi?”

“Vorrei che fosse invenzione. Tua nonna questo non te l’ha detto, gliel’ho proibito io, perché si soffre e basta, a sapere le cose quando non c’è rimedio,.”

“E parla, allora.”

L’uomo si versò mezzo bicchiere di vino rosso.

“Non c’è niente di male a bere un goccio di vino, per carità. Ma quando i bicchieri sono due, tre, sino a scolare la bottiglia…perché il male di tua madre quello era.”

“Non ti credo.”

“E non credermi allora. Io te lo do l’indirizzo, vedrai da te.”

Il padre prese un quaderno dal cassetto della dispensa, ne staccò una pagina e vi scrisse alcune righe sopra.

Sull’autobus c’era poca gente. La luce grigia del pomeriggio filtrava a fatica dai vetri sporchi. Anna aveva i pensieri agitati dall’emozione. Si chiedeva come sarebbe stato l’incontro con sua madre. L’avrebbe riconosciuta subito? Pensava al momento in cui l’avrebbe abbracciata, baciato le sue guance. Erano tante le domande che aveva conservato per lei tutti quegli anni. Prese la foto dalla borsa e cercò di immaginare come il tempo avrebbe potuto trasformarne i lineamenti. Suo malgrado le tornarono in mente le parole di suo padre:

“Tu neanche la riconoscerai, tua madre, da quant’è rovinata.”

“Chi se ne frega.” – Pensò. Le austere palazzine del lungo viale, oltre il vetro, non offrivano niente che riuscisse a distrarla dal ricordo.

“Se è diventata quello che è diventata è una scelta sua. Aveva voi, non le poteva bastare? Tu pensi che io non vi voglia bene, ma quando vedrai con i tuoi occhi capirai, e mi darai ragione. Ma io non voglio questo, non voglio il tuo dolore, perché tua madre non potrà darti altro che sofferenza. Ti troverai di fronte a una barbona, una donna che ha perso ogni briciola di amore per se stessa e per gli altri.”

Da un cenno che le aveva fatto il conducente Anna capì che la prossima fermata era la sua. Un sussulto lieve le mosse il cuore.

Appena fuori dall’autobus si avventurò tra palazzine malate di crepuscolo e miseria. Per trovare l’abitazione di sua madre aveva mostrato il foglio con l’indirizzo a parecchi passanti. Si era fermata davanti ad uno stabile di tre piani, con i balconcini ingombri di biancheria stesa ad asciugare. La legna del vecchio portoncino emanava un odore sconosciuto. Aveva letto il nome nelle targhette dei campanelli, vi aveva accostato le dita, senza suonare. Il sangue le batteva forte sulle tempie. Attraversò la strada per sedersi un momento sul muretto basso di un cortile. Era quasi buio. Per strada non passava nessuno. Con le braccia conserte  per il freddo, Anna fissava le finestre malamente illuminate di fronte a se.

Stette seduta per un’altra mezzora, sinchè non le tornò in mente di avere lasciato la valigia nel bar accanto alla stazione. Non era abbastanza tardi, bastava ritrovare la strada principale, e un pullman che la riportasse indietro.

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Ritorno. Con un grande saluto, qualcosa in più, qualcosa in meno.

25 Marzo 2010 3 commenti

Tra i  cambiamenti del mio ultimo periodo, la conversione all’alimentazione vegetariana.

 

Questo è uno scritto che ho trovato ieri frugando nei siti.

 

Edgar Kupfer- Koberwitz nel campo di concentramento di Dachau pass tra crudeltà di ogni genere, mentre la morte ghermiva i prigionieri del campo giorno dopo giorno.

Caro amico,

mi chiedi perché non mangio carne e ti domandi per quale ragione mi comporto così. Forse pensi che ho fatto un voto o una penitenza che mi priva di tutti i piaceri gloriosi del mangiar carne. Pensi a bistecche gustose, pesci saporiti, prosciutti profumati, salse e mille altre meraviglie che deliziano gli umani palati; certamente ricordi la delicatezza del pollo arrostito.
Sei sorpreso e chiedi: – Ma perché e per quale motivo?
Te lo chiedi con intensa curiosità e pensi di poter indovinare la risposta.
Ma se io ora cerco di spiegarti la vera ragione in una frase concisa, tu rimarrai nuovamente sorpreso scoprendo quanto sei lontano dal vero motivo.
Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature.
Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze.
So cos’è la felicità e so cos’è la persecuzione. Se nessuno mi perseguita, perché dovrei perseguitare altri esseri o far si che vengano perseguitati?
So cos’è la libertà e so cos’è la prigionia.
So cos’è la protezione e cos’è la sofferenza.
So cos’è il rispetto e so cos’è uccidere.
Se nessuno mi fa del male, perché dovrei fare del male ad altre creature o permettere che facciano loro del male?
Non è naturale che io non infligga ad altre creature ciò che io spero non venga inflitto a me? Non sarebbe estremamente ingiusto fare questo per il motivo di un piacere fisico a spese della sofferenza altrui e dell’altrui morte?
Queste creature sono più deboli e più indifese di me, ma puoi tu immaginare un uomo ragionevole con nobili sentimenti che volesse basare su questa sofferenza la rivendicazione o il diritto di abusare del più debole e del più piccolo? Non credi che sia proprio il dovere del più grande, del più forte, del superiore di proteggere le creature più deboli invece di perseguitarle e di ucciderle?
Ricordo l’epoca orribile dell’inquisizione e mi dispiace dire che il tempo dei tribunali per gli eretici non è passato, che giorno per giorno gli uomini cucinano in acque bollenti altre creature che sono state date impotenti nelle mani dei loro carnefici.
Sproloquiando, sorridendo, proponendo grandi idee e facendo bei discorsi, l’europeo medio commette ogni sorta di crudeltà e non perché sia costretto, ma perché lo vuole. Non perché manchi della facoltà di riflettere e di rendersi conto delle orribili cose che sta facendo. Oh no! Soltanto non vuole vedere i fatti, altrimenti ne sarebbe infastidito e disturbato nei suoi piaceri.
So che la gente considera certi atti connessi al macellare come inevitabili. Ma c’è realmente questa necessità? La tesi pu essere contestata. Forse esiste un genere di necessità per le persone che non hanno sviluppato ancora una piena e conscia personalità. Io non faccio loro delle prediche, scrivo a te questa lettera, ad un individuo responsabile che controlla razionalmente i suoi impulsi, che si sente conscio dei suoi atti, che sa che la nostra Corte Suprema è nella nostra coscienza e che non vi è ricorso in appello.
“E’ necessario che un uomo responsabile sia indotto a macellare?”.
In caso affermativo, ogni individuo dovrebbe avere il coraggio di farlo con le sue stesse mani. Non è giusto pagare altra gente per fare questo lavoro macchiato di sangue dal quale l’uomo normale si ritrarrebbe inorridito e sgomento.
Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati. Penso che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri deboli. Penso che ci saranno prigioni finché gli animali saranno tenuti in gabbia. Poiché per tenere in gabbia i prigionieri bisogna addestrarsi e perfezionarsi moralmente e tecnicamente su esseri indifesi.
Penso che sia arrivato il momento di sentirci oltraggiati dai grandi e piccoli atti di violenza e crudeltà che noi stessi commettiamo. Ed essendo molto più facile vincere le piccole battaglie, penso che dovremmo cercare di spezzare prima i nostri legami con le piccole violenze e crudeltà per superarle una volta per sempre. Poi verrà il giorno che sarà facile per noi combattere anche le crudeltà più grandi.

Il punto è questo: io voglio vivere in un mondo migliore dove una più alta legge conceda più felicità a tutti.
Edgar Kupfer-Koberwitz, vegano.
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Respiro nel sogno

31 Gennaio 2008 26 commenti

 

L’odore del muschio selvaggio confonde ogni ricordo, allontanando dagli occhi le pagine logore dei giorni passati e futuri. Cammino nel sole di maggio tra gli alberi gialli come tra i frammenti di un Van Gogh, lanciati nella luce di un caleidoscopio che non ha fine.

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